Mediazione, l’evento a Roma Tre: formare i mediatori per «favorire un cambio di paradigma»

Data 26 Settembre 2026 Formazione

Non una somma di nozioni, ma una trasformazione dello sguardo. È questa, per l’avv. Paola Moreschini, vicepresidente dell’Osservatorio sui conflitti e sulla conciliazione del Tribunale di Roma, la vera posta in gioco della formazione dei mediatori. Moreschini è intervenuta il 15 settembre all’Università Roma Tre, nell’ambito del Forum internazionale del progetto MEDIATOR, con una relazione dedicata agli elementi fondamentali della formazione di chi sceglie di accompagnare le parti di un conflitto verso un accordo.

Il Forum, ospitato dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’ateneo romano nella sede di via Ostiense dal 14 al 16 settembre, è una tappa di MEDIATOR, iniziativa Erasmus+ di Capacity Building cofinanziata dall’Unione europea che punta a modernizzare la formazione giuridica in Albania e in Kosovo. Al centro del progetto ci sono gli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie, e in particolare la mediazione, attraverso nuovi corsi, la nascita di Centri di mediazione e percorsi di crescita delle competenze del personale accademico. Nella giornata di martedì, la sessione in cui ha preso la parola Moreschini era dedicata proprio alle migliori pratiche formative nella mediazione.

Dai pionieri alla Riforma Cartabia

La relazione si è aperta con uno sguardo alle fasi che hanno segnato l’evoluzione dei sistemi di risoluzione alternativa delle controversie nel nostro Paese. All’inizio, ha ricordato Moreschini, c’è il tempo delle avanguardie: «Come in tutte le cose c’è sempre bisogno di chi indica strade nuove e poi prova a percorrerle prima degli altri, attraverso esperimenti e progetti». In Italia questa stagione si colloca tra gli anni Novanta e il 2010, quando «sono stati fondamentali i progetti pilota, le sperimentazioni sul campo e le esperienze maturate all’estero da parte di chi voleva farsi promotore nel nostro paese di un altro modo di risolvere i conflitti». Decisivo, in quella fase, è stato «l’apporto dato dai precursori di quella che oggi chiamiamo “giustizia consensuale”, che supera la rigida binarietà ed eterodeterminazione del processo e apre all’empowerment delle parti, alla scoperta dei loro interessi più profondi ed alla forza trasformativa anziché distruttiva del conflitto».

Il secondo passaggio riguarda il legame tra strumenti giudiziali ed extragiudiziali. Un legame stretto, ha osservato la relatrice, che però produce ancora oggi una lettura riduttiva: «purtroppo, avviene tuttora che i primi sono guardati in modo strumentale rispetto ai secondi, e valorizzati solo in chiave deflattiva». L’ampliamento dell’area dei diritti e delle tutele ha fatto crescere «a dismisura» i contenziosi giudiziari, e proprio dalle esigenze deflattive della giustizia civile è emersa «la corretta esigenza di considerare la giurisdizione come un bene comune, costituzionalmente garantito al quale tutti devono poter avere accesso, ma anche come una risorsa limitata che non può essere sprecata».

Il terzo momento è l’ingresso della mediazione nell’ordinamento. Nel 2010, per alcune materie, il tentativo obbligatorio di conciliazione è diventato condizione di procedibilità dell’azione. Ne è nato un dibattito, ancora aperto, sulla compatibilità tra un procedimento fondato sulla volontà delle parti e l’obbligo di mediare imposto dalla legge, un confronto che «fortunatamente non ha toccato il diritto di famiglia dove la mediazione familiare è sempre rimasta volontaria». A sedici anni di distanza, però, secondo Moreschini la questione va collocata altrove: «il punto centrale non è di per sé la volontarietà o l’obbligatorietà della mediazione ma l’affermarsi della cultura della conciliazione tra fasce sempre più ampie di persone, a partire dai giovani». In questa prospettiva l’Osservatorio sui conflitti e sulla conciliazione ha sottoscritto un protocollo con l’Università Roma Tre, il Corecom Lazio e il Tribunale di Roma, e ha organizzato un corso per studenti universitari chiamati a imparare e sperimentare, attraverso tirocini, la gestione dei conflitti.

La vera svolta, per la relatrice, è arrivata con la Riforma Cartabia del 2022, entrata in vigore nel 2023, che ha riscritto le regole del rapporto tra la giurisdizione e gli altri strumenti di soluzione dei conflitti. «È diventata così concreta, perché iscritta nell’ordinamento giuridico, una idea di accesso alla giustizia non limitata all’accesso al tribunale ed è stata codificata la scelta di una giustizia pluralista in cui sono molte le porte di accesso», ha spiegato, richiamando il modello della multi-door courthouse, il tribunale dalle molte porte.

Una giustizia partecipativa e consensuale

Definendo gli strumenti extragiudiziali come complementari alla giurisdizione, ha proseguito Moreschini, il legislatore italiano «non solo ha attestato che la giustizia civile non coincide con il processo civile ma ha ridefinito il sistema delle tutele». Resta però un cammino da compiere, perché «questo sistema moderno e poliedrico va ancora organizzato e strutturato». Si tratta di un sistema articolato, fatto di strumenti generali e settoriali, di strumenti che restano fuori dal processo e di altri che con il processo si intrecciano, come la mediazione demandata dal giudice, di strumenti facilitativi e aggiudicativi, gestiti da organismi di mediazione o creati da Autorità amministrative indipendenti.

Nessuno di questi, ha sottolineato la vicepresidente dell’Osservatorio, va considerato di serie B: sono strumenti «che non sono subordinati o ancillari alla giurisdizione, non sono espressione di una giustizia minore». Ne è una conferma l’estensione, seppure limitata, del patrocinio a spese dello Stato alla mediazione e alla negoziazione assistita, prevista dalla Riforma del 2022. Sono piuttosto «espressione di un bisogno più evoluto di accesso alla giustizia: una giustizia partecipativa e consensuale dove acquista importanza il ruolo delle parti secondo il principio dell’autoresponsabilità applicato alla gestione del conflitto e della valorizzazione dell’autonomia contrattuale delle parti».

Oltre il paradigma torto-ragione

Il cuore della relazione è stato dedicato ai principi che devono ispirare la formazione dei mediatori. Il primo è netto: «La formazione dei mediatori non ha al centro dei contenuti ma ha al centro il compito di favorire nei partecipanti ai corsi un cambio di paradigma». Si tratta, ha spiegato Moreschini, di formare professionisti capaci di scardinare «la dicotomia che contrappone vero/falso e giusto/sbagliato, dove ciascuno vuole affermare la propria verità anche a costo di far crescere la conflittualità, fino al punto di riceverne tutti un pregiudizio, in una furia distruttiva che appartiene alla logica della guerra».

Il mediatore, dunque, deve saper andare oltre lo schema torto-ragione che, nei sistemi imposti dall’esterno, produce sentenze o lodi, cioè decisioni calate dall’alto da un terzo imparziale, giudice o arbitro. Servono mediatori capaci di «condurre con pazienza le parti verso il superamento della delega professionale e l’assunzione di autoresponsabilità rispetto al proprio conflitto». L’obiettivo, nelle parole della relatrice, è «non delegare ad altri la gestione del conflitto ma accettare la responsabilità di riconoscerlo, affrontarlo e gestirlo, per non restarne prigioniero, per poter “riparare” la relazione e per andare oltre».

Per questo i mediatori vanno formati a diventare persone «capaci di suscitare nelle parti l’aspirazione a qualcosa di condiviso, che si può raggiungere solo attraverso il riconoscimento dell’altro, e di sé stessi, andando al fondo del conflitto in uno spazio-tempo sicuro che consenta di capire quali sono i veri interessi e non solo i diritti in gioco, per il benessere non esclusivamente proprio ma anche dell’altro». Il mediatore, ha aggiunto, «è lo strumento che rende possibile aprire strade e creare ponti», facendo in modo che le differenze tra le parti non generino chiusure ma diventino terreni di intesa. Un’intesa che non va confusa con il compromesso: «La conciliazione non è una transazione perché è un di più e non un di meno, non è una soluzione di ripiego».

La dimensione orizzontale del diritto

Il secondo principio riguarda il modo stesso di intendere la norma. Accanto alla dimensione autoritativa e verticale, propria del diritto penale, in cui la norma è un comando la cui violazione comporta una sanzione, esiste una dimensione relazionale e orizzontale, tipica del diritto civile, in cui la norma definisce e regola le relazioni tra individui e soggetti economici. Quando queste relazioni si interrompono o si deteriorano a causa di un conflitto, ridefinirne le regole significa avviare un percorso che coinvolge le parti «in quanto parti di una relazione», ha spiegato Moreschini, un percorso che le proietta «in una prospettiva futura oltrepassando il passato e superando un interesse strettamente individuale per trovare un orizzonte condiviso».

Un simile approccio mette al centro la negoziazione e le capacità negoziali degli avvocati, e valorizza il contratto che, attraverso il procedimento di mediazione, diventa automaticamente titolo esecutivo, senza bisogno di una successiva omologazione da parte del giudice, a condizione che le parti siano state assistite dai rispettivi avvocati.

Al centro, la persona

Il terzo principio è forse quello che più caratterizza la visione proposta dalla relatrice. Per formare bene un mediatore, ha affermato, non basta insegnare i principi del codice etico: occorre una formazione «né solo accademica né solo basata sulle tecniche comunicative ma completa e centrata sulla persona: la persona del mediatore e le persone che il mediatore incontrerà in mediazione». La mediazione, infatti, mette al centro le persone e le loro relazioni, che il mediatore incontra «con capacità di accoglienza, di riconoscimento e di ascolto attivo».

Da qui l’esigenza di un lavoro interiore. «La persona stessa del mediatore deve aver fatto un lavoro su sé stesso per essere capace di accogliere, contenere e gestire eventuali crisi e stalli nella negoziazione che hanno sempre origine da aspetti emotivi», ha osservato Moreschini. E l’empatia nasce da una precisa consapevolezza del proprio limite: il mediatore è empatico «se non si sente superiore o immune dalle debolezze e dai limiti che vede rappresentati nella vicenda dei confliggenti, restandone fuori come chi giudica o pensa di avere il compito di aggiustare le cose, ma se non ha paura di lasciarsi coinvolgere dalle parti perché ha familiarità con i suoi limiti e li accetta».

Dialogo, comunicazione e condivisione tra le parti restano necessari, ma non bastano. Devono essere accompagnati, secondo la relatrice, «da un lavoro sulle componenti emotive inconsce e nascoste del conflitto, che generano ansia negli individui e senso di minaccia nei gruppi, per andare verso una rinuncia alle certezze, al riconoscimento dei limiti e dei vincoli che nascono dall’accettazione dell’interdipendenza». Il mediatore deve allora essere capace di far vivere alle parti il percorso mediativo come un’opportunità, «non senza rischi e sofferenza, per imparare in modo stabile e permanente ad avere cura del proprio vivere, ad affrontare il conflitto per conoscere meglio sé stessi, migliorare il proprio livello di umanità aprendosi al dialogo con l’altro, il diverso, senza considerarlo un nemico».

Enti, ore e programmi: cosa prevede la legge

Dai principi la relazione è passata ai contenuti concreti della formazione. «La qualità della formazione è un aspetto decisivo», ha detto Moreschini, ricordando che proprio questo era rimasto uno dei punti critici della svolta avviata nel 2010 con la legge sulla mediazione civile e commerciale. Il legislatore della Riforma Cartabia vi ha dato grande importanza, a partire dall’individuazione dei soggetti chiamati a svolgere il servizio: gli Enti di formazione dei mediatori, che devono garantire serietà ed efficienza al pari degli organismi di mediazione. Come questi ultimi, sono obbligati all’iscrizione in un apposito elenco e sono sottoposti al controllo del Ministero della Giustizia, che tiene l’elenco dei formatori verificandone le competenze e vigila sui programmi dei corsi. La legge fissa anche i requisiti del responsabile scientifico dell’Ente, che deve essere una persona di chiara fama e con esperienza in mediazione.

È stato inoltre ampliato il corso base per ottenere il titolo di mediatore professionista, passato da 50 a 80 ore, a cui si aggiunge un aggiornamento biennale obbligatorio di 18 ore. Le materie sono suddivise tra moduli teorici e moduli pratici, un’impostazione già presente prima della Riforma del 2023, affidati a docenti con curricula e competenze differenti. Le 40 ore di moduli teorici riguardano la teoria generale del conflitto, la comunicazione e le decisioni, la normativa nazionale ed europea, la giurisprudenza, l’accordo e la domanda di mediazione, la responsabilità del mediatore. Le 40 ore di moduli pratici si basano invece su role play, test, simulazioni, laboratori ed esercitazioni per imparare a gestire le fasi della mediazione, le tecniche di gestione del conflitto, la redazione dei verbali, la proposta del mediatore e i rapporti con l’organismo e con i consulenti.

Anche la parte pratica, ha precisato la relatrice, contiene una componente teorica: la teoria della negoziazione, quella della comunicazione efficace e quella del funzionamento delle decisioni umane, alla luce dei più recenti apporti delle neuroscienze. Teorie che vengono sempre affiancate da verifiche attraverso test, esercizi e questionari. Su queste basi, molte delle quali provengono da scienze sociali come la psicologia e la sociologia, i partecipanti acquisiscono esperienza con simulazioni costruite su casi pratici, tratti per lo più dall’esperienza diretta dei formatori come mediatori. Per ottenere il titolo è necessario superare una prova finale di almeno quattro ore, con una parte teorica e una pratica, mentre per iscriversi presso un organismo occorre aver svolto almeno dieci tirocini, affiancando un mediatore in dieci incontri effettivi di mediazione.

Un procedimento senza struttura

L’ultima parte della relazione è stata dedicata agli strumenti e al metodo. Lezioni frontali e dialogate, esame dei testi normativi e della giurisprudenza, role play, test, simulazioni ed esercitazioni devono inserirsi, ha spiegato Moreschini, in un percorso formativo finalizzato ad acquisire le competenze del mediatore e ad abilitarlo, attraverso un metodo efficace, a gestire un procedimento di mediazione.

Ed è proprio qui che si concentra la difficoltà maggiore. «L’impegno più difficile per i giuristi, abituati alle regole ed al loro rigoroso rispetto, è quello di diventare capaci di condurre un procedimento che è completamente destrutturato e dove l’unica regola generale è la riservatezza», ha osservato. All’opposto del processo, dove tutto è procedimentalizzato e regolato da norme, il mediatore guida le parti nella piena libertà delle forme, con l’unico scopo di favorire un confronto aperto e franco sui veri temi all’origine del conflitto e di facilitare l’accordo, «senza la preoccupazione di dover raggiungere l’accordo ad ogni costo». E lo fa senza una struttura da seguire, salvo la possibilità di alternare, caso per caso, sessioni congiunte e sessioni riservate.

Per l’avvocato che si forma come mediatore questo significa abbandonare l’abitudine a valutare la fondatezza o l’infondatezza di una tesi. Il suo punto di forza, ha spiegato la relatrice, «non è il sapere valutare la validità delle opposte tesi ma il saper discernere i punti sui quali si può innestare un dialogo e facilitare il raggiungimento di un accordo». E ancora: «Diversamente da quello che avviene nel processo, dove quasi mai ci si mette in gioco come persone, al mediatore si richiede una grande capacità di discernimento delle persone, delle loro storie e relazioni, una grande curiosità per tutto ciò che è umano ed una particolare sensibilità personale che lo rende affidabile ed autorevole per le parti».

Il valore della multidisciplinarietà

A chiudere il quadro, il tema dell’incontro tra saperi diversi. «Nessun metodo di formazione dei mediatori è più efficace di quello che mette insieme diversi saperi e competenze», ha affermato Moreschini. Gli approcci giuridico, filosofico, politico, sociologico e psicologico, tenuti insieme, garantiscono uno sguardo ampio su un tema complesso, «perché il conflitto resta qualcosa di ben più ampio e complesso rispetto alla controversia», che se non si risolve con un accordo deve risolversi con una decisione, e che potrebbe radicalizzarsi fino a bloccare «l’esistenza ed il benessere di persone, gruppi, comunità, ed anche di Stati, che hanno diritto ad una opportunità di vita, anziché di morte».

Mettere insieme professionalità differenti, sia tra i docenti sia tra i futuri mediatori, assicura inoltre un confronto spontaneo ed effettivo tra approcci diversi al conflitto, maturati negli ambiti in cui operano avvocati, commercialisti, notai, medici, giornalisti e psicologi.

La conclusione della relazione è stata affidata a una riflessione che va oltre la dimensione tecnica e professionale: «Il conflitto fa parte della vita di ogni persona e dell’esperienza comune del vivere e per questo occorre avere occasioni per potersi formare ad un modo diverso di gestire i conflitti rispetto allo scontro ed alla guerra e avere occasioni, spazi, servizi e professionisti che di questo si facciano interpreti, fautori e protagonisti».